Perché la rimozione di Maduro rischia di ripetere gli errori storici della politica estera statunitense.
L’operazione militare statunitense contro il Venezuela, culminata con l’arresto del presidente Nicolás Maduro, ha segnato una svolta clamorosa nella crisi tra Washington e Caracas. Ma dietro l’azione che ha riportato il Venezuela al centro dell’agenda internazionale si nasconde una strategia che era già stata ampiamente analizzata — e criticata — mesi fa da Foreign Affairs, molto prima che i fatti precipitassero.
Dalla pressione militare alla strategia del “regime change”
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela non è stato un gesto improvviso, né il frutto di una decisione estemporanea di Donald Trump. Come evidenziato da Foreign Affairs (nell’articolo The Regime Change temptation in Venezuela a cura di Alexander B. Downes docente di scienze politiche alla George Washington University e Lindsey A. O’Rourke professore associato di scienze politiche al Boston College), l’escalation militare affonda le sue radici in un progressivo mutamento della politica americana verso Caracas, maturato nei mesi successivi all’insediamento della nuova amministrazione Trump.
In una prima fase, aveva prevalso l’approccio negoziale. L’inviato speciale Richard Grenell aveva avviato colloqui diretti con Maduro, ottenendo concessioni rilevanti: aperture agli investimenti statunitensi nei settori petrolifero e minerario, segnali di riforma economica e la liberazione di alcuni prigionieri politici. Una linea pragmatica, che sembrava privilegiare la stabilizzazione rispetto allo scontro.
Il cambio di passo è arrivato quando il segretario di Stato Marco Rubio ha riformulato la crisi venezuelana in termini di sicurezza nazionale. Maduro è stato dipinto come il capo di uno “stato-narcos”, collegato al Cartel de los Soles e alla gang transnazionale Tren de Aragua, accusati di alimentare traffici di droga e flussi migratori verso gli Stati Uniti. Una narrazione che ha convinto Trump a riaprire l’opzione del cambio di regime, presentandola non più come intervento ideologico, ma come misura difensiva.
Le illusioni dell’intervento risolutivo
Secondo Foreign Affairs, è proprio qui che la strategia americana mostra le sue fragilità. La storia dimostra che le operazioni di regime change — soprattutto quando avviate dall’esterno — falliscono più spesso di quanto abbiano successo. Il ricorso a strumenti “covert” come il sostegno a dissidenti armati, i tentativi di colpo di Stato o le operazioni di assassinio mirato ha prodotto risultati estremamente limitati e, nella maggior parte dei casi, ha aggravato la violenza interna.
Il Venezuela stesso ne è un esempio recente. Nel 2019, il riconoscimento di Juan Guaidó come presidente ad interim, sostenuto da Washington, non è riuscito a scalfire la fedeltà delle forze armate a Maduro. Nel 2020, l’operazione Gideon — un’incursione anfibia condotta da dissidenti venezuelani e contractor americani — si è conclusa in poche ore con un fallimento totale.
Neppure le opzioni militari “a distanza” appaiono risolutive. Gli Stati Uniti, sottolinea l’analisi dell’autorevole magazine di New York, non hanno mai rovesciato un governo straniero con il solo uso della forza aerea. I bombardamenti non hanno portato alla caduta di Saddam Hussein in Iraq, né di Muammar Gheddafi in Libia, e non sono riusciti a piegare l’Iran durante le ripetute campagne di pressione militare. Anche le minacce dirette di invasione hanno funzionato solo contro Stati debolissimi o privi di reali capacità difensive.
Il peso dei precedenti storici
L’elenco dei precedenti evocati da Foreign Affairs è lungo e istruttivo. In America Latina, gli Stati Uniti hanno tentato almeno 18 cambi di regime durante la Guerra fredda:
Guatemala (1954), dove il rovesciamento di un governo democratico portò a una guerra civile durata 36 anni;
Cuba (1961), con il fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci;
Repubblica Dominicana (anni Sessanta), con interventi diretti e manipolazioni elettorali;
Brasile (1964), Bolivia (1971) e Cile (1973), dove i colpi di Stato sostenuti da Washington instaurarono dittature militari;
Nicaragua (anni Ottanta), con il finanziamento dei Contras.
Nemmeno i casi apparentemente “riusciti” offrono modelli replicabili. L’invasione di Grenada nel 1983 avvenne in uno Stato di appena 90.000 abitanti; quella di Panama nel 1989 portò alla cattura di Manuel Noriega, ma in un Paese molto più piccolo e meno complesso del Venezuela.
In Medio Oriente, le esperienze di Iraq (2003), Afghanistan (2001) e Libia (2011) hanno dimostrato che anche la caduta rapida di un regime può aprire a lunghi cicli di instabilità, guerre civili e insurrezioni armate. In nessuno di questi casi l’intervento esterno ha prodotto una democrazia stabile e duratura.
Rivoluzioni dall’interno o fallimento garantito
Uno dei passaggi centrali dell’analisi di Foreign Affairs riguarda il tema delle rivoluzioni democratiche. La conclusione è netta: le transizioni democratiche hanno maggiori possibilità di successo quando nascono dall’interno delle società, non quando vengono imposte dall’esterno.
Il Venezuela dispone oggi di un’opposizione ampia e radicata. María Corina Machado gode di un forte consenso popolare e le elezioni presidenziali del 2024 — vinte dall’opposizione secondo i dati poi soppressi dal regime — lo dimostrano. Ma il sostegno militare straniero rischia di delegittimare proprio quella forza democratica, alimentando una reazione nazionalista e rafforzando i settori più duri dell’apparato chavista.
Come sottolinea Foreign Affairs, se un movimento politico ha davvero la maggioranza dalla sua parte, il suo obiettivo dovrebbe essere quello di trasformare quel consenso in potere dall’interno. Affidarsi a un intervento esterno può facilitare la caduta di un leader, ma rende molto più difficile governare dopo.
Un successo che può diventare un problema
Anche nel caso in cui la rimozione di Maduro si rivelasse duratura, le incognite resterebbero enormi. Il Venezuela è attraversato da una fitta rete di attori armati: milizie filogovernative, gruppi guerriglieri colombiani come l’ELN e residui delle FARC, organizzazioni criminali transnazionali. Un vuoto di potere potrebbe facilmente trasformarsi in un conflitto diffuso, con conseguenze regionali.
A ciò si aggiunge un paradosso strategico: il cambio di regime difficilmente aiuterebbe gli Stati Uniti a ridurre il traffico di droga o l’immigrazione irregolare. I dati mostrano che il Venezuela non è una rotta primaria per la cocaina diretta negli USA, né esistono prove che la caduta del regime fermerebbe l’esodo migratorio. Anzi, una nuova fase di instabilità potrebbe accentuarlo.
Una lezione ignorata
L’attacco americano al Venezuela sembra dunque confermare, a posteriori, l’avvertimento lanciato da Foreign Affairs: il cambio di regime è una scorciatoia pericolosa, spesso fondata su valutazioni ottimistiche e su una sottovalutazione sistematica del “giorno dopo”.
La storia — dall’America Latina al Medio Oriente — suggerisce che rovesciare un governo è quasi sempre più facile che costruire un ordine politico stabile. E che, quando le rivoluzioni non nascono dall’interno, il rischio è quello di sostituire un problema con una crisi ancora più profonda.


