Tra l’omaggio a Robert Redford, grandi star e nuovi talenti, il Sundance Film Festival vive un’edizione di passaggio prima del trasferimento a Boulder, Colorado.
Park City – Il Sundance Film Festival vive quest’anno un’edizione storica e inevitabilmente agrodolce. Dal cuore innevato dello Utah, dove tutto ebbe inizio oltre quarant’anni fa, la più importante vetrina del cinema indipendente americano saluta la sua casa storica e si prepara a una nuova fase della propria esistenza. Tra star internazionali, film destinati a far discutere e un carico simbolico senza precedenti, Sundance si congeda da Park City guardando a Boulder, Colorado, dove dal 2027 scriverà un nuovo capitolo.
L’atmosfera è quella delle grandi occasioni: 90 film in anteprima nell’arco di dieci giorni, code interminabili davanti alle sale, volontari instancabili nonostante le temperature sotto zero e Main Street invasa da sponsor, pop-up e addetti ai lavori. Sul tappeto rosso sfilano nomi come Natalie Portman, Chris Pine, Ethan Hawke, Russell Crowe e la pop star Charli XCX, sempre più presenza fissa anche nel cinema d’autore.
L’ombra lunga di Robert Redford
Ma questa edizione è soprattutto attraversata dal tema dell’eredità. Sundance è infatti orfano del suo fondatore, Robert Redford, scomparso a settembre, e celebra la sua visione con una serie di proiezioni speciali e omaggi. Tornano sul grande schermo versioni restaurate di titoli simbolo come Little Miss Sunshine, Mysterious Skin, House Party e Humpday, insieme a Downhill Racer (1969), il primo vero film indipendente di Redford.
Durante l’evento di fundraising del Sundance Institute verranno inoltre celebrati Chloé Zhao, Ed Harris e Nia DaCosta, a sottolineare il ruolo centrale dell’Istituto nel lanciare e accompagnare carriere che oggi segnano il cinema mondiale.
«Sundance è sempre stato il luogo dove il cinema indipendente americano trovava spazio e respiro», ha ricordato Gregg Araki, presenza storica del festival. «Senza Sundance, molte carriere semplicemente non sarebbero esistite».
Un trampolino che continua a funzionare
Negli ultimi decenni, il festival ha contribuito a plasmare generazioni di registi. Tra i nomi passati dai laboratori del Sundance Institute figurano anche Paul Thomas Anderson, Ryan Coogler e la stessa Zhao, oggi regista premio Oscar.
Emblematico il racconto di Jay Duplass, che arrivò a Park City nel 2003 con il fratello Mark e un film realizzato con pochissimi mezzi. «Probabilmente oggi farei lo psicologo se non fosse stato per Sundance», ha ammesso. Quest’anno torna con See You When I See You, un film che affronta il lutto con delicatezza e ironia, uno dei temi ricorrenti di questa edizione.
Cinema d’autore, star e scelte audaci
Il cartellone 2026 (ultima edizione nello Utah) non rinuncia al suo mix distintivo di sperimentazione e glamour. Spicca The Gallerist di Cathy Yan, satira sul mondo dell’arte con un cast corale guidato da Natalie Portman. Chris Pine e Jenny Slate sono protagonisti del dramma romantico Carousel, mentre Olivia Wilde è al centro di I Want Your Sex di Gregg Araki, definito dal regista «una lettera d’amore sex-positive alla Gen Z».
Wilde firma anche la regia di The Invite, storia di una coppia in crisi interpretata insieme a Seth Rogen. Tra gli altri titoli più attesi figurano Wicker con Olivia Colman e Alexander Skarsgård e il crime drama The Weight, ambientato durante la Grande Depressione.
Charli XCX, pop star e cinefila dichiarata, è protagonista del mockumentary The Moment e compare in più film del concorso, confermando il dialogo sempre più stretto tra musica pop e cinema indipendente.
Documentari tra celebrità e attualità globale
Forte come sempre anche la selezione documentaria, tradizionale punto di forza di Sundance. Il programma include ritratti di personaggi iconici come Brittney Griner, Billie Jean King, Courtney Love, Salman Rushdie e Nelson Mandela, accanto a opere che affrontano temi di stringente attualità: dalla guerra a Gaza alle deportazioni in Scozia, fino all’uso delle leggi sulla diffamazione contro le vittime di violenza di genere.
Non mancano progetti difficili da etichettare, nel pieno spirito del festival, come The History of Concrete, che mescola ironia, meta-cinema e sperimentazione narrativa.
Addio a Park City, lo spirito resta
L’addio a Park City è carico di nostalgia. Sale iconiche come l’Egyptian Theatre e l’Eccles Theatre non ospiteranno più il festival, ma per molti addetti ai lavori il cuore di Sundance non è legato a un luogo preciso.
«È un posto speciale perché mette insieme film con star gigantesche e opere realizzate con pochi migliaia di dollari», ha detto Duplass. «Ed è questo mix che conta».
Dal 2027 Sundance si trasferirà a Boulder, in Colorado. Cambierà lo scenario, ma non la missione. Come ha sintetizzato Gregg Araki: «L’eredità e la tradizione di Sundance continueranno ovunque si trovi».
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