Non c’è pace per la Siria. Nell’era del presidente Ahmad al-Sharaa, che ha sostituito Bashar al-Assad, continuano gli scontri tra esercito governativo e milizie curde. Una situazione che rischia di coinvolgere anche la Turchia, che sostiene il governo siriano.
Nella Siria del dopo Assad si combatte ancora. In due giorni di scontri intensi tra il governo siriano e i combattenti curdi nella città settentrionale di Aleppo sono morte almeno 12 persone e a migliaia sono in fuga.
I civili sono fuggiti anche dai quartieri a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, bombardati dall’esercito siriano.
Il governo ha affermato che l’operazione è stata una risposta agli attacchi dei gruppi armati nelle zone ed era “mirata esclusivamente a preservare la sicurezza”.
L’alleanza di milizie delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, che insiste di non avere alcuna presenza militare ad Aleppo, ha definito l’accaduto un “tentativo criminale” di sfollare forzatamente i residenti.
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La violenza sottolinea le sfide che il governo del presidente Ahmad al-Sharaa deve affrontare in un paese che rimane profondamente diviso a un anno dalla sua guida dell’offensiva ribelle che ha rovesciato Bashar al-Assad.
Nel marzo 2025, le SDF a guida curda, che controllano gran parte del nord-est della Siria e contano decine di migliaia di combattenti, hanno firmato un accordo per integrare tutte le istituzioni militari e civili nello Stato siriano. L’integrazione tuttavia non è ancora avvenuta, con entrambe le parti che si accusano a vicenda di cercare di far fallire l’accordo.
Le SDF sono ancora riluttanti a rinunciare all’autonomia conquistata durante i 13 anni di guerra civile del Paese, quando aiutarono le forze guidate dagli Stati Uniti a sconfiggere il gruppo dello Stato Islamico.
La situazione di stallo ad Aleppo rischia di coinvolgere anche la Turchia, che sostiene il governo e considera la milizia curda che domina le SDF un’organizzazione terroristica. Già nell’ottobre 2021 (ne abbiamo parlato in questo articolo.), la Turchia ha attaccato le milizie curde delle SDF nel nord della Siria. L’offensiva militare di Ankara scattò dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva promesso di prendere le misure necessarie a contenere le minacce provenienti dalle regioni settentrionali siriane, con riferimento alle SDF e al loro braccio armato principale, le Unità di Protezione Popolare curde (YPG), considerate da Ankara il ramo siriano del gruppo “terroristico” del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).



