Nuova vita per due musei: il valore dell’architettura di Adjaye

Il Princeton University Art Museum e lo Studio Museum di Harlem aprono in edifici audaci, anche dopo le polemiche su David Adjaye.

Quando, nell’autunno del 2025, hanno aperto i battenti due musei molto attesi — il Princeton University Art Museum e il nuovo edificio dello Studio Museum in Harlem — non è possibile ignorare il complesso retaggio morale che circonda la figura dell’architetto che li ha progettati: Sir David Adjaye. Le accuse di molestie sessuali emerse nel 2023, che hanno portato molte istituzioni a tagliare i rapporti con lui, restano una ferita aperta nella reputazione pubblica dello studio Adjaye Associates. Eppure, paradossalmente, il valore architettonico e simbolico di questi nuovi edifici sembra più forte che mai.


Le accuse e le conseguenze

Nel luglio 2023, il Financial Times ha riportato le testimonianze di tre ex dipendenti (donne), che hanno accusato Adjaye di molestie sessuali, «exploitation» e di aver creato un ambiente di lavoro tossico. Le accuse avrebbero riguardato anche episodi specifici come pressioni, molestie e dinamiche di potere sproporzionate. Adjaye ha negato ogni accusa, ma ha ammesso di aver «confuso» i confini tra vita professionale e sentimentale, dichiarando di sentirsi «profondamente rammaricato» e promettendo di cercare aiuto per ristabilire fiducia e responsabilità.

Le ricadute sono state immediate: numerose istituzioni hanno interrotto collaborazioni con il suo studio. Tra di esse figurano il progetto per il Memoriale dell’Olocausto nel Regno Unito, l’Africa Institute di Sharjah e altri. Anche il Princeton University Art Museum e lo Studio Museum di Harlem hanno dovuto confrontarsi con la controversia.

Al Princeton, nonostante le accuse, si è deciso di portare a termine il progetto: il direttore del museo, James Steward, ha affermato che la maggior parte del lavoro con Adjaye era già stata completata e che l’istituzione aveva la responsabilità verso tutti i soggetti coinvolti di vedere il progetto fino in fondo. D’altra parte, il nome di Adjaye è stato in gran parte rimosso dalle comunicazioni ufficiali legate all’inaugurazione.

Anche lo Studio Museum di Harlem ha tagliato i rapporti con Adjaye formali dopo il reportage, ma non ha abbandonato l’edificio progettato da Adjaye Associates insieme a Cooper Robertson.


Due musei, due architetture potenti

Se si guarda esclusivamente al progetto artistico-architettonico, entrambi i musei rappresentano risultati notevoli: audaci, provocatori, capaci di incarnare missioni culturali importanti.

Studio Museum in Harlem

  • Il nuovo edificio di 82.000 m² su sette piani a 125th Street è stato completato e inaugurato nel novembre 2025.

  • Il design è fortemente simbolico: cemento scuro, geometrie cubiche sovrapposte, facciata imponente che dichiara autorità ma anche autenticità.

  • All’interno, una scala monumentale collega i vari livelli; la struttura include spazi per la comunità, un auditorium sotterraneo pensato come una sorta di “stoop” (la tradizionale gradinata di Harlem), location per eventi, residenze d’artista.

  • L’inaugurazione è accompagnata dalla mostra “From Now: A Collection in Context”, che esprime l’identità storica e contemporanea del museo, mettendo in dialogo opere di artisti della diaspora africana con lo spazio stesso.

  • Come sottolineano alcuni commentatori, l’architettura tende a dominare: in alcuni casi la struttura appare così spettacolare da rischiare di oscurare le opere d’arte che contiene.

  • Eppure, questa scelta estetica può anche essere interpretata come una dichiarazione politica: un’edificazione visibile, pesante, permanente — una sorta di monumento che afferma il valore stabile e istituzionale dell’arte nera.

Princeton University Art Museum

  • La nuova struttura, inaugurata nell’autunno 2025, conta circa 146.000 m².

  • Il progetto, sviluppato inizialmente da Adjaye con Cooper Robertson, prevede nove “pavillions” interconnessi con profonde sporgenze e geometrie interrotte: un esercizio di massa e volume che rompe con l’architettura tradizionale del campus di Princeton.

  • All’ingresso, un vasto concorso conduce al Grand Hall, uno spazio monumentale, con altezze quadruple, materiale in cemento a vista, legno chiaro, terrazzo di terrazzo: un interno che ricorda le grandi tradizioni del modernismo museale, con rimandi espliciti a maestri come Louis Kahn.

  • La museografia iniziale (ovvero la disposizione delle opere per l’inaugurazione) abbina arte classica e moderna in dialogo: pitture storiche, sculture, mobili antichi affiancati a installazioni contemporanee che interpellano questioni di razza, identità, colonizzazione. (Ad esempio, nel reportage originale citato, un pianoforte d’inizio Novecento è posto sotto un nudo maschile di Kehinde Wiley, come se la figura stesse per cominciare un canto: è un contrasto che non passa inosservato.)

  • Il piano generale è pensato per incarnare un concetto di “campus nel campus”: non solo esposizione ma anche spazi educativi, ristoranti, librerie, aree ricreative.

  • Secondo gli architetti coinvolti (tra cui Ronald McCoy dell’ufficio ufficiale dell’università), la struttura è «sensibile alle tradizioni del campus», pur essendo fortemente contemporanea. Non mancano le critiche: alcuni alumni la considerano “troppo grande”, “pesante”, un “monstrum” rispetto allo stile classico dell’università.


Il dilemma morale: come giudicare l’opera separata dall’autore?

Qui risiede la parte più complessa dell’analisi. Come valutare edifici che sono architettonicamente rilevanti, culturalmente audaci, ma che restano profondamente legati a un nome macchiato da accuse gravi?

Alcune istituzioni, in risposta al caos reputazionale, hanno deciso di cancellare ogni riferimento a Adjaye. Altre — come Princeton — hanno scelto un approccio più pragmatico: proseguire il progetto, completare l’edificio, ma allontanare la figura dell’architetto dalle celebrazioni ufficiali.

È una decisione che riflette un equilibrio delicato: da un lato, il valore tangibile dell’architettura — i volumi, le innovazioni spaziali, la promessa di coinvolgere visitatori e comunità — non può essere ignorato; dall’altro, il potenziale danno reputazionale e morale che il nome di Adjaye porta con sé è reale e significativo.

Per lo Studio Museum, in particolare, c’è anche una posta in gioco identitaria potente: un luogo dedicato alle opere della diaspora africana, un simbolo di resistenza culturale e storica. Che questo simbolo sia costruito (in parte) su una controversia morale alimenta il dibattito su come le istituzioni culturali debbano navigare tra valore estetico, giustizia, etica.


Prospettive per il futuro

  • Restauro e “redenzione”? Alcuni vedono in questi musei la possibilità di separare la grandezza dell’opera dall’autore. L’architettura di Adjaye Associates (anche se l’omonimia con Adjaye stesso è stata attenuata nelle comunicazioni ufficiali) potrebbe continuare, in parte, a vivere attraverso i progetti completati o quelli che proseguiranno sotto altri nomi o collaboratori.

  • Nuove collaborazioni anche in Africa? Nonostante il colpo reputazionale, lo studio ha ancora una presenza internazionale: fonti indicano che la sua attività continua, e che alcune regioni africane sono più ricettive rispetto alle critiche occidentali. L’idea originaria di un “ritorno in Africa” progettuale — pur compromessa — non è del tutto tramontata.

  • Riflessione istituzionale più ampia: l’esperienza di Princeton e Harlem può servire da case study per altre istituzioni culturali che prima di approvare nuovi edifici (o di inaugurare quelli esistenti) devono fare i conti con la reputazione dei loro progettisti. Qual è il giusto bilancio tra etica, arte e architettura?


Due musei, due edifici spettacolari, due casi che riassumono perfettamente le tensioni di un’epoca in cui arte, potere e responsabilità personale non possono più essere separati così nettamente. Il nuovo Museo di Princeton e lo Studio Museum di Harlem dimostrano che un’architettura potente, carica di intenzione culturale, può sopravvivere — e perfino trionfare — anche quando il suo ideatore è sul banco dell’accusa. Ma la loro esistenza solleva domande urgenti: Come guardiamo al futuro dell’arte quando il passato dell’autore è controverso? E quale spazio può esserci per la redenzione, senza che il genio oscuri la verità?

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