La politica estera della Cina spiegata in 5 mosse
Foto: Jeremy Zhu da Pixabay.

Dall’assenza di Xi Jinping all’Assemblea ONU al lancio della Global Governance Initiative: come Pechino sta cercando di ridisegnare l’ordine mondiale.

Il messaggio è chiaro: la Cina vuole ridisegnare la governance globale e lo sta facendo secondo regole proprie. A dimostrarlo è la scelta del presidente Xi Jinping di non partecipare all’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, una decisione simbolicamente rilevante. In parallelo, Pechino ha lanciato la sua Global Governance Initiative (GGI), un progetto che mira a riformare il sistema internazionale riducendo il peso dell’Occidente e rafforzando la voce del cosiddetto Sud globale.


Ecco le cinque mosse che spiegano la strategia di Pechino.

1. L’assenza di Xi Jinping all’ONU
Per la prima volta dal 1985, un leader cinese non ha partecipato di persona a un anniversario decennale dell’ONU. In passato, Jiang Zemin nel 1995, Hu Jintao nel 2005 e lo stesso Xi nel 2015 avevano garantito la presenza. Quest’anno, invece, il presidente ha preferito restare in patria per presenziare alle celebrazioni del raccolto e alla commemorazione dei 70 anni della Regione autonoma uigura dello Xinjiang.

L’assenza non è solo simbolica: il premier Li Qiang, presente a New York, ha parlato al quarto giorno del dibattito generale, mentre nel 2015 Xi aveva aperto i lavori al primo giorno.

2. La Global Governance Initiative
Il cuore della strategia cinese è la GGI, annunciata non all’ONU ma al summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Un gesto che sottolinea quanto Pechino voglia valorizzare piattaforme alternative a quelle occidentali, dando centralità ai propri formati multilaterali.

Secondo il documento ufficiale del ministero degli Esteri cinese, l’attuale sistema internazionale soffre di tre carenze: scarsa rappresentanza del Sud globale, erosione dell’autorità delle Nazioni Unite e mancanza di efficacia su frontiere emergenti come intelligenza artificiale, cyberspazio e spazio extra-atmosferico.

3. L’uso delle iniziative parallele
La Cina non rinnega l’ONU, ma la affianca con una galassia di progetti: Global Development Initiative, Global Security Initiative, Global Civilization Initiative e ora la GGI. Un mosaico che ha un duplice obiettivo: proiettare l’immagine di Pechino come potenza responsabile e al tempo stesso ridurre il peso dell’ordine liberale costruito dagli Stati Uniti dopo il 1945.

4. La dimensione economica

Non va dimenticato il peso economico della Cina nelle relazioni internazionali. Dal 2000 a oggi, Pechino è diventata il primo partner commerciale per oltre 120 Paesi. Il soft power economico alimenta la diplomazia: basti pensare alla Belt and Road Initiative, che in dieci anni ha mobilitato oltre 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture e investimenti nei Paesi in via di sviluppo. La GGI si inserisce in questa logica: promuovere un ordine multilaterale che rifletta il peso reale della Cina nell’economia globale.

5. L’ambiguità delle interpretazioni
La Cina rivendica la fedeltà ai principi della Carta ONU, ma li interpreta a modo suo. Sul Taiwan, ad esempio, considera ogni intervento un affare interno; nel Mar Cinese Meridionale, ignora spesso le sentenze internazionali. È la dimostrazione che Pechino, come Washington e altre grandi potenze, tende a piegare le regole multilaterali ai propri interessi strategici.

Una sfida alla governance globale
L’ambizione cinese non è distruggere l’ONU, ma riformarlo dall’interno e affiancarlo con nuovi strumenti che riflettano il mondo multipolare del XXI secolo. Un gioco di equilibri che, se da un lato amplia lo spazio per i Paesi emergenti, dall’altro rischia di trasformare il multilateralismo in un’arena di scontro tra blocchi geopolitici.

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