Il rubinetto si chiude: la guerra russa costa di più

Il crollo delle entrate da petrolio e gas mette sotto pressione il bilancio russo e riduce i margini del Cremlino nella guerra in Ucraina.

Le entrate della Russia da petrolio e gas sono scese nel 2025 al livello più basso degli ultimi cinque anni, segnando un passaggio cruciale nella guerra economica che accompagna il conflitto in Ucraina.

Secondo i dati del ministero delle Finanze russo, le vendite di idrocarburi hanno fruttato circa 8.467 miliardi di rubli, con un calo del 24% su base annua. È un dato che va ben oltre la statistica: rappresenta una vulnerabilità strutturale per il Cremlino, che continua a finanziare lo sforzo militare attingendo in larga misura proprio alle rendite energetiche.

Per Mosca si tratta di un doppio colpo. Da un lato pesano le sanzioni occidentali, rafforzate nel 2025 con l’inserimento di colossi come Rosneft e Lukoil nelle liste nere statunitensi; dall’altro incidono prezzi globali del petrolio inferiori alle attese, aggravati dalla sovrapproduzione e da una domanda internazionale meno dinamica. A questo si sommano i raid ucraini contro raffinerie e depositi di carburante in territorio russo, che hanno interrotto catene logistiche e aumentato i costi di sicurezza dell’intero comparto energetico.


Un’economia di guerra sempre più fragile

Nonostante la resilienza mostrata dall’economia russa nei primi anni del conflitto, il 2025 segna una fase diversa. Le entrate da idrocarburi costituiscono ancora una quota essenziale del bilancio federale, e la loro contrazione limita la capacità del governo di sostenere contemporaneamente spesa militare, welfare interno e stabilità macroeconomica.

L’inflazione resta elevata, i tassi di interesse sono alti e il rublo, pur sostenuto artificialmente, riflette una fiducia fragile. Il Fondo nazionale del benessere – il “cuscinetto” finanziario del Cremlino – viene progressivamente eroso per coprire deficit e spese straordinarie. È un modello sostenibile nel breve periodo, ma rischioso nel medio-lungo termine.


Le vendite a Est non bastano

Il Cremlino continua a esportare volumi significativi di petrolio e gas verso Cina, India e Turchia, spesso attraverso rotte opache e intermediari che aggirano le sanzioni. Tuttavia, questi flussi avvengono a prezzi scontati, riducendo drasticamente i margini. In altre parole, Mosca vende ancora, ma incassa molto meno.

Questa dinamica rafforza la dipendenza strategica della Russia da pochi partner asiatici, spostando l’equilibrio di potere negoziale a favore di Pechino e Nuova Delhi. Una Russia isolata dall’Occidente e costretta a svendere le proprie risorse perde progressivamente autonomia geopolitica.


La leva energetica come arma politica

Dal punto di vista occidentale, la strategia appare chiara: non strangolare immediatamente l’economia russa, ma logorarla nel tempo, riducendo la capacità di sostenere una guerra lunga. Il calo delle entrate energetiche è l’effetto più visibile di questa linea.

Se il trend dovesse proseguire nel 2026, il Cremlino si troverebbe davanti a scelte difficili:

  • tagliare la spesa civile, con il rischio di tensioni sociali;
  • ridurre l’intensità dello sforzo militare, compromettendo gli obiettivi sul campo;
  • ricorrere a una mobilitazione economica ancora più radicale, con costi politici interni elevati.

Putin davvero “con le spalle al muro”?

Il crollo delle entrate da petrolio e gas, da solo, non costringerà Vladimir Putin a porre fine alla guerra. Il sistema politico russo resta fortemente centralizzato e impermeabile al dissenso. Tuttavia, la combinazione di pressione economica, isolamento tecnologico e logoramento militare potrebbe restringere progressivamente il margine di manovra del Cremlino.

Il vero punto di svolta potrebbe arrivare quando la guerra diventerà insostenibile non solo economicamente, ma anche strategicamente: una Russia più povera, più dipendente e meno influente rischia di uscire dal conflitto non come potenza revisionista vincente, ma come attore indebolito sullo scacchiere globale.

In questo senso, il calo delle entrate energetiche non è solo un dato di bilancio: è un indicatore politico. E racconta di una guerra che, almeno sul piano economico, sta lentamente tornando a presentare il conto a Mosca.


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