Un’analisi approfondita del progetto di cessate il fuoco presentato da Donald Trump e accettato da Netanyahu: tra promesse di tregua, assenza di garanzie per i palestinesi e il rischio di un nuovo stallo storico.
Il cessate il fuoco proposto dal presidente statunitense Donald Trump per Gaza, e che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato di accettare, viene presentato come un passo verso la pace. Ma per molti analisti e osservatori della regione, questo piano rischia di rivelarsi un’illusione: più che un accordo di pace, un meccanismo che congela la violenza senza offrire soluzioni concrete al popolo palestinese.
Secondo fonti mediche e organizzazioni umanitarie, l’offensiva israeliana ha causato almeno 66.055 morti e 168.346 feriti a partire da ottobre 2023. È evidente dunque quanto una tregua immediata rappresenterebbe un sollievo per la popolazione civile. Tuttavia, gli esperti avvertono che il “Trump Peace Plan” in 20 punti contiene poche garanzie per i palestinesi e molte concessioni a Israele.
Le condizioni del piano
Il documento prevede:
la cessazione dei bombardamenti su Gaza;
lo scambio di prigionieri e ostaggi;
la consegna dell’amministrazione della Striscia a un “Board of Peace” guidato dallo stesso Trump e affiancato da figure come l’ex premier britannico Tony Blair;
un’amnistia per i membri di Hamas disposti a disarmarsi e accettare la “coesistenza pacifica”;
la possibilità di lasciare Gaza per chi non accetta.
Il piano parla di ritiro delle truppe israeliane, ma non specifica né tempi né modalità di verifica, lasciando quindi un margine enorme di discrezionalità a Tel Aviv.
L’assenza di garanzie per i palestinesi
La critica principale è chiara: “tutte le garanzie sono date a Israele, nessuna ai palestinesi”, afferma la giurista palestinese Diana Buttu, già consulente legale del team negoziatore palestinese nei primi anni 2000.
Il documento non prevede strumenti di tutela per la popolazione civile né un meccanismo internazionale in grado di garantire il rispetto degli impegni da parte di Israele. L’Autorità Palestinese (ANP) viene citata marginalmente, con un ruolo condizionato a un vago processo di riforma, che potrebbe durare indefinitamente e rimandare sine die ogni forma di autogoverno.
Un piano che divide invece di unire
Analisti sottolineano un altro punto critico: Gaza rischia di essere ulteriormente separata dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est. Già prima della guerra, le restrizioni israeliane rendevano quasi impossibili gli spostamenti interni. Oggi, con insediamenti illegali in continua espansione in Cisgiordania, demolizioni di case palestinesi e violenze dei coloni, l’idea di uno Stato palestinese unitario appare sempre più remota.
Una pace imposta dall’alto
Il progetto viene percepito come coloniale: Israele, autore del conflitto, e gli Stati Uniti, principali sponsor militari ed economici, decidono il futuro dei palestinesi senza includere alcuna voce palestinese al tavolo. Non a caso, Trump ha incontrato leader arabi e islamici, ma non rappresentanti palestinesi.
Gli accordi di Washington tra israeliani e palestinesi
Si tratta, ricordano alcuni osservatori, di uno schema già visto con gli Accordi di Oslo negli anni ’90, che avrebbero dovuto condurre a uno Stato palestinese, ma che hanno finito per rafforzare l’occupazione. “Questa volta è persino peggio – afferma Buttu – perché manca del tutto una voce palestinese.”
La questione dello Stato palestinese
La comunità internazionale continua a parlare di “soluzione a due Stati”. Negli ultimi mesi diversi Paesi occidentali – tra cui Francia e Portogallo – hanno riconosciuto la Palestina come Stato. Ma questo riconoscimento, denunciano gli analisti, rischia di essere simbolico: mentre sulla carta si proclama il diritto alla sovranità, sul terreno la realtà palestinese viene erosa giorno dopo giorno.
Il piano di Trump menziona una vaga “credibile prospettiva di autodeterminazione palestinese”, ma condizionata al completamento delle riforme richieste all’ANP e all’approvazione di Israele. Una promessa debole e rimandata a data indefinita.
Tregua o trappola?
Il cosiddetto “Trump Peace Plan” si presenta dunque come una tregua fragile, in cui la cessazione dei bombardamenti potrebbe non tradursi in un reale percorso di pace. Senza garanzie, senza un ruolo chiaro per i palestinesi, senza un impegno concreto della comunità internazionale a fermare insediamenti e occupazione, l’accordo rischia di congelare il conflitto senza risolverlo.
La vera domanda resta: si può parlare di pace se un popolo è costretto a negoziare la fine del proprio genocidio?
Nuovi sviluppi: forze di pace e scenari futuri
Secondo fonti israeliane e arabe citate dai media locali, il presidente degli Stati Uniti intende discutere con i leader arabi non solo del ritiro graduale delle forze israeliane da Gaza, ma anche del coinvolgimento di truppe regionali per mantenere l’ordine durante la fase di transizione. L’idea sarebbe quella di affiancare una missione internazionale alla ricostruzione della Striscia, finanziata da un piano multilaterale.
In questo quadro si inserisce l’offerta del presidente indonesiano Prabowo Subianto, che ha dichiarato alla conferenza ONU sullo Stato palestinese, organizzata da Francia e Arabia Saudita, la disponibilità del suo Paese a inviare forze di peacekeeping a Gaza:
“Siamo pronti a fare la nostra parte in questo percorso verso la pace. Siamo disposti a fornire forze di pace”, ha affermato.
Parallelamente, diversi Paesi occidentali – tra cui Francia, Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo – hanno formalmente riconosciuto la Palestina come Stato, rafforzando simbolicamente la prospettiva della soluzione a due Stati.
Il piano statunitense, però, esclude ogni ruolo per Hamas, che dovrebbe essere disarmato ed eliminato, e lascia spazio a una futura possibile partecipazione dell’Autorità Palestinese, sebbene Israele abbia sempre respinto questa ipotesi.
Secondo indiscrezioni di Fox News, Hamas avrebbe inviato – tramite Qatar – una lettera a Trump in cui propone una tregua di 60 giorni, garantita dagli Stati Uniti, in cambio del rilascio immediato di metà degli ostaggi ancora vivi. Né Hamas né Doha hanno confermato, ma la mossa segnala che una finestra di trattativa, per quanto fragile, potrebbe ancora aprirsi.
Il paradosso, osservano diversi analisti, è che mentre le cancellerie internazionali parlano di pace e ricostruzione, sul terreno continuano le operazioni militari israeliane e l’espansione delle colonie in Cisgiordania, con migliaia di palestinesi costretti a fuggire senza prospettive di ritorno.


