All’Onu il premier israeliano parla tra proteste e aule semivuote, mentre al presidente palestinese viene negato il visto e resta collegato da Ramallah.
C’è chi può parlare all’Onu nonostante un mandato di cattura internazionale, e chi invece non può nemmeno ottenere un visto. Benjamin Netanyahu è arrivato a New York, accolto da fischi e proteste, per intervenire davanti all’Assemblea generale. Abu Mazen, che non ha procedimenti giudiziari a suo carico, ha dovuto invece collegarsi da Ramallah: Israele ha negato l’ingresso a tutti i rappresentanti palestinesi.
Dal palco, il premier israeliano ha attaccato i Paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, definendo il gesto “un favore a Hamas e un atto antisemita”. Ha promesso che la guerra a Gaza continuerà fino all’“eliminazione dell’ultimo miliziano” e ha ricordato il 7 ottobre, chiedendo che il suo discorso fosse diffuso con autoparlanti fino a Gaza per raggiungere i 48 ostaggi.
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Parole forti, scandite in ebraico e inglese, davanti a un’aula che in gran parte lo ha abbandonato in segno di protesta. Netanyahu ha anche puntato il dito contro l’Autorità palestinese, accusandola di corruzione, di legami con il terrorismo e di vent’anni di assenza di elezioni.
Resta l’immagine più eloquente: Netanyahu a New York con un mandato internazionale sulle spalle, Abu Mazen a distanza, escluso dall’Onu pur senza alcuna accusa pendente.


