Inflazione, repressione e malcontento sociale si intrecciano con le fratture storiche dell’Iran post-rivoluzionario.
Il movimento di protesta contro il governo iraniano inizia il 28 dicembre 2025. E’ la reazione popolare antigovernativa più intensa dopo le manifestazioni del 2022. Nato come contestazione alla politica economica dell’Iran, ben presto il movimento si trasforma in una protesta di massa contro la leadership politica e religiosa del Paese del Golfo.
All’inizio è la frustrazione economica e sociale che convince migliaia di persone a scendere in piazza. Inflazione alta e a livelli da record, prezzi dei beni alimentari alle stelle, deprezzamento valutario, hanno portato le generazioni più giovani a chiedere un cambio di passo al vertice e la fine del potere degli Ayatollah.
Le proteste hanno inizio nei celebri bazar iraniani, i mercati affollatissimi, veri e propri labirinti, che costituiscono il cuore pulsante della vita economica, sociale e culturale del Paese. Il più famoso di questi è quello di Teheran. E’ qui che comincia la rivolta. Non nelle unversità ma tra la classe dei commercianti e dei lavoratori dei bazar. Da qui le contestazioni si estendono tra gli studenti universitari. Le manifestazioni da Teheran ben presto di diffondono anche nelle principali città iraniane.
L’8 gennaio l’Iran assiste all’escalation delle rivolte. Ciò avviene a seguito di un appello lanciato da Reza Pahlavi, primogenito dell’ex-scià di Persia Mohammed Reza Pahlavi, dinastia che ha governato il Paese fino alla rivoluzione di Khomeini, e Farah Diba. Reza Pahlavi è una delle figure leader dell’opposizione iraniana al regime. Vive in esilio negli Stati Uniti. Da qui ha lanciato un appello chiedendo una transizione politica pacifica e un referendum per decidere il futuro del sistema politico dell’Iran.
Intanto, il governo iraniano ha accusato con veemenza Israele e Stati Uniti di essere i registi delle manifestazioni anti-governativi. Teheran sceglie la linea dura e taglia gli accessi a internet e i servizi telefonici. La polizia e i Guardiani della Rivoluzione sparano sui manfestanti, ormai diventati milioni nelle strade. Migliaia quelli morti per la repressione.
La crisi economica iraniana come detonatore delle proteste
A partire dal 2024 l’Iran è entrato in una fase di grave crisi economica caratterizzata da inflazione elevata, forte svalutazione della moneta nazionale e carenze energetiche strutturali. La combinazione di blackout elettrici, interruzioni nelle forniture di gas e una gestione giudicata inefficace ha costretto più volte il presidente Masoud Pezeshkian a scusarsi pubblicamente. Sul piano geopolitico, Teheran ha inoltre registrato un ridimensionamento della propria influenza regionale, anche a seguito della caduta del regime di Bashar al-Assad, storico alleato.
Nel corso del 2025 la situazione è ulteriormente peggiorata: il rial iraniano ha toccato minimi storici, con il cambio arrivato fino a circa 145.000 toman (un multiplo del rial) per dollaro (e successivamente oltre 1,5 milioni di rial per dollaro), mentre l’inflazione ha raggiunto il 42,2% a dicembre, dopo un picco del 48,6% in ottobre. I prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 72% su base annua, quelli dei beni sanitari e medici del 50%, mettendo sotto forte pressione i bilanci familiari. A ciò si sono aggiunti una crisi idrica mal gestita e l’annuncio di nuovi aumenti fiscali a partire dal capodanno iraniano del marzo 2026.
Il deterioramento delle condizioni economiche ha alimentato un crescente malcontento sociale, sfociato in proteste che hanno rapidamente assunto una dimensione politica. Parte della popolazione ha collegato le difficoltà interne alle priorità di politica estera del governo, accusato di privilegiare il sostegno a Hezbollah e Hamas rispetto ai bisogni nazionali, come sintetizzato dallo slogan “Né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”. Le manifestazioni hanno inoltre denunciato corruzione, autoritarismo e l’assenza di reali riforme.
La crisi è stata aggravata dall’instabilità internazionale: nel 2025 l’Iran è stato coinvolto in un conflitto armato con Israele, durante il quale il programma nucleare iraniano è stato colpito anche dagli Stati Uniti, e a settembre le Nazioni Unite hanno reintrodotto sanzioni tramite il meccanismo di “snapback”, congelando asset all’estero e limitando le transazioni militari. L’incertezza ha colpito duramente il commercio, soprattutto le attività dipendenti dalle importazioni, paralizzate dalla volatilità del cambio.
L’occidentalizzazione dell’Iran nel ventesimo secolo
Fino al 1935 si usa il termine Persia. Solo dopo quell’anno si inizia a chiamare il Paese Iran. Nel 1906, il Paese del Golfo vive al suo interno una rivoluzione costituzionale. Un complesso processo politico riesce a creare un’Assemblea rappresentativa composta dalle principali oligarchie che spadroneggiano nel Paese. Si riesce anche a redigere una Costituzione.
La Persia è sotto la piena influenza di Gran Bretagna e Russia fino alla prima guerra mondiale. Subito dopo la guerra, gli inglesi eliminano l’influenza russa e prendono il controllo delle ricchezze petrolifere della nazione. Nel 1925, il ministro della guerra Reza Khan prende il potere nel territorio e avvia la dinastia dei Pahlavi nelle vesti di Scià. Nella seconda guerra mondiale, l’Iran è al centro delle tensioni tra la Germania da una parte, e la Gran Bretagna e la Russia dall’altra.
La crisi in Iran da Mossadeq allo Scià di Persia
Per comprendere l’Iran di oggi va capito quello di ieri. La storia del Paese è figlia della Guerra Fredda. Nel secondo dopoguerra, la dottrina politica degli Stati Uniti prevede il contenimento del comunismo in ogni angolo del mondo. Washington intende contrastare sia i governi filocomunisti sia quelli che mettono in discussione gli interessi nazionali (materiali e economici) americani. L’Iran di inizio anni ’50 è tra questi ultimi.
Alla fine della seconda guerra mondiale il Paese è uno dei più grandi produttori di petrolio. La sua posizione geografica è strategica. Halford Mackinder, il padre della geopolitica, lo avrebbe definito un esempio di come la geografia influenza la politica. E, infatti, entra in gioco proprio in Iran la potente compagnia petrolifera Anglo.-Iranian Oil Company. E’ il ramo di sfruttamento petrolifero britannico in Medio Oriente.
Nel 1951 si sviluppa nel 1951 un’ondata di nazionalismo popolare che porta al potere Mohammed Mossadeq, che guida il Fronte Popolare. Non è una forza comunista. Esiste nel Paese un piccolo partico comunista, il Tudeh, che però ha poca incidenza ed è colpito da forti persecuzioni.
Mossadeq procede alla nazionalizzazione delle risorse petrolifere. Inevitabilmente scatta il boicottaggio britannico. La Gran Bretagna fa tornare in patria tutti i suoi tecnici. L’Iran non ha a quell’epoca tecnici capaci di far funzionare gli impianti e, pertanto, l’industria petrolifera si paralizza con la conseguente crisi economica e politica interna. Lo Scià di Persia, Mohammed Reza Pahlavi, si schiera con gli interessi britannici e, temendo una radicalizzazione del paese, fugge all’estero.
La svolta allo stallo politico-economico arriva nel 1953. L’esercito iraniano, controllato da britannici e statunitensi, destituisce Mossadeq e riporta nel Paese lo Scià, che mette in atto una repressione durissima verso comunisti e nazionalisti di Mossadeq. Lo Scià Reza Pahlavi mette in atto una durissima repressione e l’instaurazione di un regime che ha nella Savak, la polizia politica iraniana, il suo strumento potente di controllo. Nel settembre 1954, lo Scià firma un accordo sul petrolio con un cartello anglo-olandese-francese, accordo che migliora la quota di benefici da proventi petroliferi spettanti all’Iran.
L’Iran entra dunque a pieno titolo nel campo occidentale e nel sistema di alleanze che viene costruito da John Foster Dulles, il segretario di Stato Usa del presidente Eisenhower ideatore del new look diplomatico. Per gli Stati Uniti, l’Iran è prezioso non solo per le ricchezze petrolifere ma anche come bastione filoccidentale nella regione e contrappeso all’Egitto di Nasser.
Lo Scià avvia in quegli anni una vasta e ambiziosa modernizzazione conosciuta come “rivoluzione bianca”. Secondo i piani di Reza Palhavi, la rivoluzione bianca deve trasformare l’Iran nella maggiore potenza della regione. E’ in questo contesto che comincia un processo di indutrializzazione imponente e la riforma agraria. Quest’ultima colpisce in particolare il clero sciita (ulama).
La rivoluzione di Khomeini e la guerra con l’Iraq
La modernizzazione del Paese voluta dallo Scià non ha nulla di popolare. Appare come imposta dall’alto, con metodi brutali senza ricerca di consenso, e volta a favorire alcune classi sociali a scapito di altre. La reazione è dunque inevitabile. Al modernismo di Pahlavi si contrappone un rigurgito tradizionalista. Il clero sciita finisce dunque per diventare un punto di riferimento per tanti che subiscono la riforma dall’alto dello Scià. E proprio gli Ulama sono i maggiori beneficiari di questa insoddisfazione popolare. Il loro leader è l’Ayatollah Ruhollah khomeini, in esilio dal 1964 ma ispiratore dell’opposizione religiosa.
Le repressioni violente dello Scià scatenano ondate di agitazioni in tutto il Paese che, nel 1978, si trasformano in una rivoluzione guidata dalla corrente religiosa che mette in un angolo le forze laiche e moderate dell’Iran. In questo quadro storico, lo Scià nomina nel dicembre 1978 come primo ministro il moderato Bakhtiar e a gennaio fugge dal Paese. Un mese dopo Khomeini entra trionfalmente in Iran e indice un referendum popolare con il quale dà formalmente vita alla Repubblica islamica.
La Repubblica Islamica si è trasformata in una teocrazia guidata dai capi religiosi con il Corano come legge fondamentale di riferimento, sia religiosa,civile e politica. Vengono messe al bando, considerate demoniache, le influenze occidentali e sovietiche. Si impone alle donne il velo. La teocrazia iraniana, insomma, assume il carattere di una dittatura repressiva, che funziona grazie al consenso di persone animate dall’esaltazione religiosa e volta all’espansionismo della dottrina fondamentalista.
La Repubblica Islamica mostra subito il suo lato ostile compiendo l’assalto all’ambasciata Usa a Teheran nel novembre 1979. L’azione iraniana è una ritorsione contro gli Stati Uniti per avere sostenuto lo Scià. Il personale dell’ambasciata è preso in ostaggio e viene liberatao solo nel 1981. Il presidente Usa Jimmy Carter prova a farli liberare con un assalto di elicotteri, ma il tentativo fallisce.
Nel settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attacca l’Iran. L’obiettivo iracheno è duplice: da un lato ottenere ingrandimenti territoriali; dall’altro colpire l’espansionismo ideologico-religioso del fondamentalismo sciita che minaccia anche l’Iraq. La guerra non è rapoda come Saddam avrebbe sperato. Prosegue per sette anni fino all’agosto 1988 senza la vittoria di nessuno. Il 3 giugno 1989 Khomeini muore e una nuova fase si apre per l’Iran
Khamenei alla guida del Paese
Alla morte di khomeini è Ali Khamenei la Guida Suprema dell’Iran, succedendo a Khomeini dopo la Rivoluzione Islamica. Ayatollah e uomo politico iraniano (n. Mashhad 1939). Si è formato in prestigiose scuole teologiche e, tra gli altri, ha avuto come insegnanti l’ayatollah Borujerdī e l’ayatollah Khomeini. Sin dagli anni Sessanta ha militato attivamente nei movimenti rivoluzionari islamici che si opponevano allo shāh, alternando periodi di libertà, durante i quali ha insegnato in diverse scuole religiose, a periodi di carcerazione.



