A Sharm el-Sheikh proseguono i negoziati tra Israele e Hamas con la mediazione di Stati Uniti, Qatar, Turchia ed Egitto. Sul tavolo lo scambio di prigionieri, il cessate il fuoco e il futuro governo di Gaza, mentre le parti restano distanti su diversi punti chiave.
A Sharm el-Sheikh si sta svolgendo una delicata trattativa tra Israele e Hamas che potrebbe segnare una svolta nel conflitto in corso da due anni. Nelle stanze della località egiziana si discute di cessate il fuoco, scambio di prigionieri e gestione futura di Gaza, con la mediazione di Stati Uniti, Qatar, Turchia ed Egitto.
L’obiettivo, ancora lontano, è un accordo complessivo che metta fine alle ostilità e avvii un processo di stabilizzazione regionale. Questo articolo verrà aggiornato nei prossimi giorni con le evoluzioni del negoziato.
Le parti in campo
Al tavolo di Sharm el-Sheikh siedono figure di primo piano della diplomazia internazionale.
Per gli Stati Uniti, inviati speciali del presidente Donald Trump: Steve Witkoff e Jared Kushner, incaricati di seguire da vicino l’iniziativa americana per la pace. La delegazione israeliana è guidata da Ron Dermer, stretto consigliere del premier Benjamin Netanyahu.
A rappresentare i Paesi mediatori ci sono Mohammed al-Thani, primo ministro del Qatar, e Ibrahim Kalin, direttore dell’intelligence turca (MIT). Per Hamas partecipano Zaher Jabarin e Khalil al-Hayya, due esponenti di vertice dell’organizzazione.
Lo scambio di prigionieri
Uno dei punti centrali dei colloqui riguarda lo scambio tra prigionieri palestinesi e ostaggi israeliani.
Secondo fonti concordanti, le parti si sono scambiate le rispettive liste: Hamas chiede la liberazione di 250 detenuti nelle carceri israeliane, tra cui diversi leader storici condannati all’ergastolo, come Marwan Barghouti, Ahmed Saadat, Hassan Salameh Abdullah, Ibrahim Hamed, Abdullah Barghouti, Abbas al-Sayed e Nayef Barghouti.
Netanyahu avrebbe posto un veto assoluto su questi nomi, ritenuti “irricevibili”. Hamas, però, ribadisce che la liberazione di questi prigionieri è centrale per l’accordo, insieme alla restituzione dei corpi di Yahya e Muhammed Sinwar.
Cessate il fuoco e ritiro dell’IDF
Un altro nodo riguarda il cessate il fuoco e il ritiro dell’esercito israeliano (IDF) dalla Striscia di Gaza.
Il Qatar, parte della mediazione, ha chiesto garanzie precise su tempi e modalità del ritiro, collegandolo al rilascio degli ostaggi israeliani e alla restituzione dei corpi dei rapiti morti durante il conflitto.
Hamas ha dichiarato che per alcuni di questi corpi “ci vorrà tempo per recuperarli”, segno delle difficoltà operative e logistiche che accompagnano il negoziato.
La posizione di Trump e le reazioni
“Netanyahu è stato molto positivo”, ha dichiarato Donald Trump, che ha presentato una iniziativa in 20 punti per porre fine alla guerra. “Tutte le parti spingono per un accordo”, ha confermato un portavoce del ministero degli Esteri del Qatar.
Dall’ufficio del premier israeliano trapela cauto ottimismo: si parla di “progressi”, ma anche della possibilità che Hamas “aggiunga nuovi ostacoli” nel corso delle discussioni.
Le aperture di Hamas
Dal campo di Hamas emergono segnali contrastanti. Il movimento islamista avrebbe accettato di consegnare le armi a un comitato egiziano-palestinese, ma respinge con fermezza la proposta di un comitato di transizione internazionale guidato da Tony Blair, figura ancora malvista nel mondo arabo per il suo ruolo nella guerra in Iraq.
Per la gestione futura di Gaza, Hamas immagina un accordo con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in una trattativa parallela rispetto a quella con Israele. Inoltre, la fazione palestinese insiste su un accordo finale garantito da Trump e dagli sponsor arabi.
Le prospettive
Secondo fonti diplomatiche, Hamas avrebbe chiesto un cessate il fuoco preliminare per poter “recuperare i rapiti”, con la promessa di liberarli entro una settimana.
Resta però incerta la disponibilità di Israele ad accettare la liberazione di prigionieri condannati all’ergastolo, in particolare quella di Marwan Barghouti, spesso definito il “Mandela palestinese”.
Il negoziato di Sharm el-Sheikh rimane dunque aperto e fluido, con piccoli passi avanti ma ancora molte incognite sul percorso verso un’intesa duratura.
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