Attacco preventivo di Israele all’Iran. Gli Usa appoggiano l’offensiva israeliana. Impediamo a Teheran di dotarsi di un’arma nucleare, spiegano a Washington e a Tel Aviv. Cinque domande da farci sull’attacco.
L’attacco di Israele e Usa all’Iran era atteso. L’ultimo tentativo di evitare lo scontro è andato in scena a Ginevra. Qui le delegazioni di Stati Uniti e Iran hanno provato a trovare un accordo sullo sviluppo del nucleare iraniano. Nonostante i commenti positivi all’indomani dei colloqui svizzeri, la macchina bellica è andata avanti.
“Furia Epica”, questo il nome che Donald Trump ha dato all’operazione, ha l’obiettivo di distruggere ogni possibilità per l’Iran di costruire un’arma nucleare. Il presidente americano ha spiegato che da 47 anni il regione iraniano minaccia l’America. E ha invitato il popolo iraniano a cogliere l’occasione per prendere in mano il governo del Paese. Trump si è rivolto agli iraniani dicendo che da anni chiedono aiuto e che lui è l’unico presidente americano a intervenire in loro soccorso.
Israele ha motivato l’attacco con le stesse ragioni di Trump. L’Iran non deve avere armi nucleari. Il regime è da sempre una minaccia per lo stato israeliano. Gli Ayatollah non hanno mai riconosciuto lo Stato di Israele mentre il negazionismo e la messa in discussione dell’Olocausto ricorrono spesso nella retorica del governo. “Il ruggito del leone”, così Israele ha chiamato l’operazione militare, è l’occasione per Benjamin Netanyahu di chiudere i conti con Teheran.
Sull’aggressione all’Iran, la seconda nel giro di un anno, dobbiamo farci alcune domande che servono per riflettere sulle conseguenze internazionali e sulla stabilità globale. Ecco dunque cinque domande da farci sull’attacco di Israele e Usa all’Iran.
- Trump si impegna militarmente per l’alleato israeliano ma non per gli europei? In questo primo anno di mandato presidenziale, Donald Trump ha fatto di tutto per prendere le distanze dall’Europa. Ha aperto la questione del riarmo europeo dentro la Nato, invitando i Paesi europei a aumentare nei propri bilanci la spesa militare. Ma la distanza tra la Casa Bianca e Bruxelles è aumentata anche per posizionamenti diversi su guerra in Ucraina, questione della Groenlandia, rapporti con la Russia, dazi doganali, Venezuela, Palestina. La conseguenza è stata la presa di coscienza e il risveglio europeo sull’indipendenza dall’America nella difesa militare. Nessuno nella capitali europee si illude più di un possibile supporto americano in caso di attacco, o almeno nessuno ne ha la certezza. Proprio Trump ha messo in discussione in alcune occasioni l’articolo 5 dello Statuto della Nato, che stabilisce il meccanismo della difesa collettiva. Nell’ultimo anno il dibattito tra Usa e Unione Europea è stato duro con toni spesso molto forti. Trump tuttavia va alla guerra insieme a Israele. Perché? E non è solo la retorica della prevenzione del nucleare iraniano o della liberazione dal regime per il popolo iraniano. Il progetto è quello di un rovesciamento completo dell’assetto mediorientale, garantirsi l’accesso alle risorse naturali e togliere un alleato importante alla Russia.
- L’attacco preventivo è una violazione diritto internazionale e dà un altro colpo al quadro giuridico internazionale? Il diritto internazionale non riconosce il principio della legittima difesa preventiva. Come ho spiegato in questo post, la dottrina giuridica e l’orientamento degli Stati respinge l’ammissibilità dell’attacco preventivo. Al centro del dibattito c’è stato l’articolo 51 della Carta dell’Onu che autorizza l’uso della forza in caso di legittima difesa. Molti si sono chiesti se autorizzi anche la difesa preventiva. L’orientamento principale è quello che respinge la legittimità dell’attacco preventivo e l’articolo 51 della Carta dell’Onu non lascia spazio alla legittima difesa preventiva. Israele non è nuovo a invocare questo principio. Ci ha fatto ricorso in diverse occasioni: nel 1967 con la guerra dei Sei Giorni; nel 1981 con il bombardamento del reattore nucleare iraniano e, più recente, con l’attacco all’Iran nel 2025. Anche gli Stati Uniti hanno richiamato la difesa preventiva in occasione della guerra in Iraq del 2003. La domanda è: se il principio di attacco preventivo diventa un precedente che ciascuno Stato può invocare, cosa può succedere nei prossimi anni?
- Trump vuole il regime change in Iran ma non in Russia? La retorica che accompagna l’attacco all’Iran si fonda sul sostegno al popolo iraniano e al rovesciamento del regime di Khamenei e degli ayatollah. Tuttavia, se da un lato si condanna e si interviene sul regime iraniano, nulla si fa sul regime di Vladimir Putin. Anzi, ci si accoda alle sue continue giravolte senza sollevare proteste. Putin appare meno isolato di prima. Certo il rovesciamento politico in uno Stato alleato del dittatore russo è un colpo notevole al sistema di alleanze della Russia. Ma Putin continua a fare quello che vuole in Ucraina e poco si sa sull’opposizione dei russi o sul popolo russo. Cosa succede alla credibilità dell’America? Avranno ancora fiducia in Washington gli altri Stati alleati degli Usa nella regione mediorientale, nel Golfo o nel resto del mondo? A Riad, Abu Dhabi, Dubai e altre capitali potranno ancora contare in un aiuto americano qualora Israele li minacci come ha fatto con l’Iran? Tutte questioni su cui riflettere.
- I rischi di una sollevazione araba? L’attacco potrebbe risvegliare non solo il fondamentalismo sciita ma anche i gruppi più estremisti dei sunniti. In Yemen gli Houthi sono operativi contro Israele fin dal 7 ottobre 2023. In Irak il governo è sciita. In Siria la situazione rischia l’instabilità dopo Bashar al-Assad. Lo Stato Islamico, jihad sunnita, torna a fare sentire la sua voce, in Somalia al-Shabaab è operativo da anni così come Boko Haram in Nigeria. E ci sono anche altri gruppi legati alla jihad opeativi in diverse parti del mondo. L’attacco di Israele e Usa potrebbe risvegliare ambizioni di unità araba o musulmana? E’ un rischio non da poco per la stabilità dell’area.
- Spallata all’Onu. Dopo guerra Ucraina, guerra a Gaza, attacchi all’Iran, le Nazioni Unite diventano definitivamente un organo residuale. Cina e Russia, quasi al limite del ridicolo, hanno chiesto una convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Che sia Mosca, aggressore di un altro Stato, a chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza sulla crisi in Iran è provocatorio e irrispettoso. Al di là di questa considerazione, l’Onu non ha più alcun valore. Tutti vanno per conto proprio. La Carta dell’Onu, un caposaldo del diritto internazionale, ha futuro incerto. Sta prevalendo la linea degli Stati autoritari. Le leadership autoritarie attaccano ovunque fregandosene delle regole. Attacco preventivo, invasioni, operazioni militari speciali, tutte formule per aggredire nascondendosi dietro parole che aggirano le norme internazionali. Si ritorna all’epoca precedente l’Onu e la Società delle Nazioni? Al sistema di alleanze tra potenze che decidevano tutto?
La Cia recluta iraniani. Stallo nel negoziato usa Iran
Sebbene il regime iraniano sia condannabile sotto tutti gli aspetti, vale la pena ricordare che i cambi di regime dall’esterno non hanno mai portato a niente di positivo. I regime change devono avvenire dall’interno.


