Il premier supera nettamente le forze filorusse e ottiene un nuovo mandato. In gioco c’erano i rapporti con Mosca, l’Unione europea e il futuro del Caucaso meridionale.
L’Armenia ha scelto ancora Nikol Pashinyan. Nelle elezioni parlamentari del 7 giugno il partito di governo Civil Contract ha ottenuto il 49,81% dei voti, un risultato che consente al premier di mantenere la guida del Paese e che rappresenta anche una chiara conferma della linea politica seguita negli ultimi anni: allontanarsi progressivamente dalla sfera d’influenza russa e rafforzare i rapporti con l’Europa e l’Occidente.
Lo sfidante principale, l’alleanza Strong Armenia guidata dall’imprenditore Samvel Karapetyan, considerato vicino agli ambienti russi, si è fermata poco sopra il 23% dei consensi. La distanza tra i due schieramenti è significativa e conferma come una parte importante dell’elettorato abbia preferito continuare sulla strada intrapresa dal governo dopo gli eventi che hanno sconvolto il Paese negli ultimi anni.
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Queste elezioni erano considerate tra le più importanti dalla rivoluzione di velluto del 2018 che portò Pashinyan al potere. In gioco non c’era soltanto la scelta del governo ma anche l’orientamento strategico dell’Armenia in un momento di profonde trasformazioni regionali.
La frattura con Mosca
Per decenni l’Armenia è stata uno dei più fedeli alleati della Russia nel Caucaso meridionale. Tuttavia la guerra del Nagorno-Karabakh e la successiva perdita del controllo del territorio nel 2023 hanno provocato una profonda delusione nell’opinione pubblica armena. Molti cittadini hanno accusato Mosca di non aver difeso adeguatamente il Paese nonostante gli accordi di sicurezza esistenti.
Da allora il governo Pashinyan ha progressivamente congelato la partecipazione armena all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (una Nato dell’Europa orientale n.d.r.) guidata dalla Russia, ha diversificato le forniture militari e ha intensificato i rapporti con l’Unione Europea, la Francia e gli Stati Uniti.
La campagna elettorale si è così trasformata in un vero referendum sul futuro geopolitico del Paese: da una parte chi sostiene una maggiore integrazione europea, dall’altra chi ritiene indispensabile ricostruire il rapporto privilegiato con Mosca.
Pace con Azerbaigian e apertura alla Turchia
Un altro elemento decisivo del successo di Pashinyan è stata la promessa di consolidare il processo di pace con l’Azerbaigian e di normalizzare i rapporti con la Turchia. Si tratta di una scelta controversa in Armenia, soprattutto dopo il trauma della perdita del Nagorno-Karabakh, ma che il premier presenta come l’unica via per garantire stabilità e sviluppo economico al Paese.
La vittoria del leader armeno rafforza quindi il mandato negoziale del governo in una regione dove le tensioni restano elevate e dove ogni passo diplomatico viene osservato con attenzione dalle grandi potenze.
Un segnale per tutto il Caucaso
Il voto armeno rappresenta anche un segnale politico che va oltre i confini nazionali. La conferma di Pashinyan dimostra come l’influenza russa nel Caucaso meridionale non sia più scontata e come una parte crescente della popolazione guardi all’Europa come modello politico ed economico.
Resta però aperta una sfida complessa. L’Armenia continua ad avere profondi legami economici con la Russia e difficilmente potrà rompere completamente con Mosca nel breve periodo. Il nuovo governo dovrà quindi proseguire il delicato equilibrio tra l’apertura verso l’Occidente e la necessità di mantenere relazioni pragmatiche con il potente vicino russo.


