Almeno 30 morti e decine di saccheggi a Luanda durante la repressione seguita allo sciopero contro l’aumento del carburante. Tra le organizzazioni, anche una affiliata alla Chiesa cattolica.
Quattro organizzazioni non governative angolane, tra cui una affiliata alla Chiesa cattolica, hanno denunciato “esecuzioni sommarie” da parte delle forze di sicurezza durante la repressione di manifestazioni che, tra il 28 e il 29 luglio, hanno provocato almeno 30 morti. L’episodio, definito dagli attivisti come uno dei più gravi degli ultimi anni, ha scosso il Paese dell’Africa australe, principale produttore di petrolio del continente dopo la Nigeria.
Le proteste sono esplose a Luanda, la capitale, durante una grande mobilitazione dei tassisti che contestavano l’aumento del prezzo dei carburanti. Lo sciopero, proclamato per tre giorni, è rapidamente degenerato in scontri con la polizia, seguiti da saccheggi di negozi, assalti a magazzini e attacchi a veicoli in diverse aree della città.
Secondo le ONG, la risposta delle autorità sarebbe stata “sproporzionata e brutale”. Testimonianze raccolte da operatori locali e organizzazioni per i diritti umani parlano di cittadini uccisi a colpi d’arma da fuoco a bruciapelo, in alcuni casi mentre cercavano di fuggire. Le autorità angolane non hanno ancora fornito un bilancio ufficiale delle vittime, né hanno commentato direttamente le accuse.
L’episodio riporta in primo piano il tema della libertà di manifestazione e della gestione dell’ordine pubblico in Angola, dove negli ultimi anni si sono moltiplicate le denunce di violazioni dei diritti umani. Le ONG chiedono un’inchiesta indipendente e il coinvolgimento di organismi internazionali per accertare le responsabilità.
Nonostante la gravità degli eventi, la tensione a Luanda resta alta. Molti cittadini temono nuove proteste e ulteriori restrizioni da parte del governo. Il malcontento sociale, alimentato dall’aumento dei prezzi e dal rallentamento economico, rischia di sfociare in altre esplosioni di violenza.


